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Notoriamente la Sila, assieme alla Foresta Nera, è tra i più estesi altopiani d'Europa, ed altrettanto noti sono i suoi antichi abitanti i Bruzi, i quali, secondo la tradizione, fondarono la città di Cosenza nel 357 a.C.. Ma è necessario evidenziare che queste popolazioni non godevano proprio di una buona fama, essendo note come feroci e selvagge. Anche questo affascinante altopiano, comunque, seguì, per lungo tempo le sorti della città capoluogo.
Pur se la sua integrità etnica sopravvisse alle colonizzazioni elleniche che davano vita alla Magna Grecia, le susseguenti espansioni dei Romani finirono per omogeneizzarne ogni peculiarità. Non è ben chiaro cosa avvenne da queste parti alla caduta dell'Impero romano, è tuttavia certo che sin dal VI secolo la cultura bizantina vi penetrò intensamente dando vita a nuovi insediamenti e diffondendovi, oltre alla pastorizia, anche il nuovo messaggio evangelico di Cristo.
I monasteri che vi sorgevano diventavano anche centri di aggregazione per costruzioni civili favorendo il sorgere dei primi villaggi silani. Ben presto però anche queste terre divennero teatro di scontro tra Bizantini e Longobardi la cui linea di demarcazione dei rispettivi domini, interessava se pur marginalmente, l'altopiano silano. Tutto ciò fino all'arrivo dei Normanni che favorirono il diffondersi nel Meridione d'Italia di una nuova cultura artistica importata dai monaci cistercensi, il gotico. Ecco che col sorgere delle prime abbazie di questo ordine, anche le sorti dell'altopiano erano destinate a subire dei mutamenti, e, con la fondazione dell'abbazia florense, doveva avere inizio la suddivisione in «Sila» (terre date in concessione alla badia) e «Sila» (possedimenti facenti parte della giurisdizione reale), dalla quale dovevano avere inizio tante vicende legate alla legittimità dei possedimenti da parte di numerosi latifondisti.
Fu Enrico VI, padre di Federico II di Svevia, che nel 1195 fece omaggio alla giovane congregazione florense fondata da Gioacchino della terza parte del territorio silano. Con la fine della monarchia normanno-sveva, anche la Sila veniva coinvolta nel progressivo ed inesorabile degrado che caratterizzò la società meridionale in genere e calabrese in particolare.
Da allora il possesso di queste terre generò controversie di ogni genere e, pur se nel 1333 Roberto il Saggio emanava un editto col quale considerava demaniale la Sila, indicandone sia pur genericamente, i suoi confini, fino al XVI secolo, nessun re o viceré, pensò di dotarla di un concreto ed efficace ordinamento giuridico.
Nei secoli successivi, le pretese di legittimo possesso delle terre silane si estesero anche a centri notevolmente distanti dall'altopiano. Non solo quindi i villaggi e i paesi tradizionalmente silani, ma anche quelli pre-silani e, addirittura dell'altra parte del Crati, per non parlare delle abbazie alcune delle quali a notevole distanza da quelle terre, ambirono ad avere la loro parte.
Nel periodo vicereale il regio fisco sempre più alla ricerca di nuove tassazioni, vide nei terreni silani una buona occasione per operare nuovi introiti e invitò i proprietari a produrre la documentazione comprovante la legittimità del possesso. Da allora fu un susseguirsi di indagini, di ingiunzioni, di verifiche e di transazioni tra lo stato, i comuni e i proprietari. Anche con l'eversione della feudalità e con la soppressione degli enti ecclesiastici, la situazione rimase confusa. Lo stesso avvenne dopo l'Unità d'Italia con uno stato di fatto invariato anche se gestito dalla nuova borghesia che aveva preso il posto dei vecchi feudatari.
Sarà necessario giungere al 1950 quando l'Opera per la valorizzazione della Sila e la Cassa per il Mezzogiorno attuarono la cosiddetta «riforma» Riforma con la quale veniva esaminata con un'ottica d'insieme l'intera problematica. Vennero inseriti nuclei di piccoli proprietari onde favorire una nuova struttura economica e sociale attraverso la creazione di nuovi villaggi di coltivatori vicini alle terre distribuite.
Sin dall'antichità l'altopiano è stato rinomato per alcune sue peculiarità: i suoi boschi secolari, i pascoli sterminati (si ricordi il verso di Virgilio: «Pascitur»), le fresche e leggere acque, la fauna ricca e particolare, ma altrettanto antiche sono state le opere di devastazione del suo patrimonio naturalistico.

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