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Archeologia a Tortora

Il territorio comunale di Tortora è interessato, ormai da parecchi anni, da intense ricerche archeologiche. Gli scavi hanno consentito una puntuale ricostruzione della storia degli insediamenti nell'area, dalle epoche più antiche, documentate dai reperti del Paleolitico Superiore nella zona di Rosaneto e nella grotta di Torre Nave, fino all'occupazione romana, di cui restano importanti vestigia come il Mausoleo di Contrada Pergolo e la città di Blanda sulla collina del Palecastro. Importantissimi documenti dell'epoca arcaica e poi lucana sono derivati dagli scavi della necropoli di S. Brancato, che hanno restituito finora 130 sepolture e importanti corredi funerari datati tra VI e III sec. a.C.

Dall'area della necropoli di San Brancato proviene un eccezionale documento epigrafico che molto potrebbe svelare circa la natura della popolazione stanziata a Tortora. Si tratta di un cippo originariamente infitto nel terreno, iscritto su tre delle quattro facce laterali e sulla sommità; il lungo testo, purtroppo frammentario ed incompleto, è redatto utilizzando l'alfabeto greco di Sibari; la lingua, invece, non è il greco, ma un dialetto italico di non facile lettura ed interpretazione. Attualmente è esposta al Museo Nazionale di Reggio Calabria e rappresenta la più lunga e complessa iscrizione Paleoitalica dell'Italia centro-meridionale.

Come tutto il resto della fascia costiera tirrenica campana e della Calabria centro-settentrionale, anche il comprensorio di Tortora, tra la seconda metà del V e gli inizi del IV secolo a.C., viene interessato dal fenomeno della lucanizzazione, consistente nella comparsa di un nuovo orizzonte culturale di matrice italica, proprio della popolazione dei Lucani, che si sovrappone tanto al sostrato indigeno enotrio che ai greci. A Tortora la lucanizzazione si manifesta attraverso fenomeni significativi, che trovano riscontro nel Museo Archeologico di Blanda soprattutto nella esposizione dei corredi funerari delle élites lucane, caratterizzati dalla presenza di armi, tra cui i tipici cinturoni di bronzo, e di ricchissimi servizi ceramici con vasellame figurato di pregio destinati al consumo di carni e di vino. La tomba 44 della necropoli di San Brancato, interamente ricostruita nel suo aspetto originario, rende benissimo l'idea dell'ideologia funeraria esibita dai membri di spicco della comunità alla metà del IV secolo a.C.

Gli scavi sul Palecastro hanno permesso di portare alla luce la piazza del foro con il Capitolium, il tempio dedicato alla triade capitolina Giove, Giunone e Minerva. A Sud-Ovest del foro è emerso un settore dell'abitato romano sovrapposto ai resti della fase lucana; lo scavo ha portato in luce resti di ampie case organizzate intorno ad un cortile centrale e affacciate su strade rettilinee; i materiali recuperati documentano le varie fasi di vita fino al VI secolo d.C., quando la città viene definitivamente abbandonata.
Un monumento di grande importanza è il mausoleo funerario in contrada Pergolo, recentemente scavato e restaurato e oggi visitabile. Si tratta di un grande edificio circolare costruito sopra la tomba dell'illustre defunto, le cui ceneri sono state rinvenute in un anfratto roccioso sotto le fondazioni.
La monumentalità e particolarità dell'edificio (mausoleo a tumulo, raro in Magna Grecia e più diffuso a Roma, nel Lazio e nella Campania) permette di attribuire questa tomba monumentale ad un importante personaggio dell'aristocrazia, forse, addirittura, ad uno dei fondatori della colonia.

Un importante documento di piena epoca imperiale è il frammento di sarcofago esposto al Museo Archeologico di Blanda, appartenuto ad una Cominia Damianete, come ricorda l'iscrizione scolpita sul marmo, morta in giovane età intorno alla fine del III secolo d.C. sede vescovile e invasioni saracene. Da fonti ecclesiastiche sappiamo che Blanda divenne precocemente sede vescovile, forse già tra fine IV e V secolo d.C., e lo rimase almeno fino al 743. Fondamentale riscontro archeologico a queste notizie è costituito dalla chiesa protobizantina rinvenuta a San Brancato nel 1999. Si tratta di un piccolo edificio a pianta centrale con ingresso ad Ovest e tre absidi, databile tra VI e VII secolo d.C.; all'interno e subito all'esterno vi sono alcune semplici tombe a fossa. La chiesa documenta il progressivo abbandono delle aree costiere, troppo esposte alle sempre più frequenti scorrerie saracene, e il ritiro dei nuclei superstiti verso siti più interni; tale processo culminerà con la nascita dell'abitato normanno di Tortora su uno sperone roccioso sulla Fiumarella a circa cinque km dalla costa.

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